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... POTERE AL POPOLO ...
POLITICA
16 marzo 2009
In sicilia non ci voglio andare!




Nessuno, o quasi, vuole andare a fare il pubblico ministero in Sicilia. Nella terra dove sono morti ammazzati dalla mafia Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, il concorso per coprire 55 posti di sostituto vacanti in quattordici Procure è stato un insuccesso totale.Si sono fatti avanti appena quattro magistrati: tre per Palermo, uno per Catania. «Un disastro dalle tante e profonde ragioni», commenta Luca Palamara, presidente dell’Associazione nazionale magistrati. A gennaio il Csm ha bandito un concorso per 205 posti vacanti in 97 diversi uffici, un quarto dei quali è scoperto nella sola Sicilia.I risultati sono stati deludenti per la regione, per il Sud in generale, ma anche per alcune sedi del centro e del Nord. Le ragioni sono note e, per la Sicilia si aggravano: oltre all’esposizione di chi fa il magistrato lì, distanza e difficoltà nei collegamenti con il resto della nazione scoraggiano i trasferimenti.
C’è poi il fatto che coloro che ora fanno i giudici non sono propensi a diventare pm perché in caso di ripensamento non possono tornare sui propri passi se non dopo cinque anni trascorsi in una regione diversa da quella di provenienza professionale e talvolta neppure confinante.
Nello sconsigliare i movimenti, giocano un ruolo decisivo anche la carenza di mezzi tecnici e investigativi in molte aree del Sud e la norma che impedisce di lavorare in Procura ai magistrati di prima nomina, un tempo vero bacino in cui le Procure delle Meridione traevano linfa vitale.
Molti, infine, restano alla finestra in attesa di capire fino a che punto la politica arriverà nei progetti di separazione delle carriere e di riforma della figura del pm e degli strumenti di indagine.
[...] «Numeri drammatici. Scontiamo gli attacchi al pm e il fatto che in questo momento la sorte di questa figura non è chiara», conferma Palamara che con la giunta dell’Associazione ha partecipato nei giorni scorsi in Sicilia a un’assemblea dei magistrati della regione dopo la quale è stato mandato al Csm un documento con una piattaforma di proposte.
Resta che «in zone a forte presenza della criminalità organizzata – denuncia – ci sono Procure che rischiano la chiusura per mancanza di magistrati».
Una «emergenza gravissima» contro la quale rischiano di essere inutili gli incentivi (2.500 euro al mese per 4 anni) previsti nel prossimo concorso per 100 Procure le quali, proprio perché non ambite, ora diventeranno sedi disagiate. Ma per il presidente dell’Anm gli incentivi dovrebbero andare «anche a chi resta lì a lavorare nei sacrifici».è[...].

Questo l'articolo apparso sul Corriere il qualche giorno fà.

 



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POLITICA
20 gennaio 2009
Solo un magistrato!!!!!!!!



Luigi De Magistris ora è giudice del riesame a Napoli.
Dopo avergli scippato le sue inchieste è stato, nell'ordine: umiliano, mediaticamente linciato, trasferito.
Si era addentrato troppo....troppo!!!
Pubblico e riassumo la sua sincera e commuovente lettera inviata ieri a Micromega.it

L’altro giorno, in uno dei tanti viaggi tra Napoli e Catanzaro, ascoltavo la bellissima canzone di Francesco De Gregori e mi venivano in mente frammenti di storia scritti da magistrati della Repubblica italiana.
Pensavo al coraggio del Procuratore della Repubblica di Palermo, Gaetano Costa, che, da solo, si assunse la responsabilità di firmare degli ordini di cattura, al coraggio di Rosario Livatino ed Antonino Scopelliti che non piegarono la testa e decisero di esercitare il loro ruolo con rigore ed indipendenza, a quello di Paolo Borsellino che consapevole di quello che stava accadendo ai suoi danni cercava di fare presto per giungere alla verità e per comprendere anche le ragioni della morte di Giovanni Falcone e degli uomini della sua scorta.
Pensavo a quanta mafia istituzionale accompagna tanti eccidi accaduti negli ultimi trent’anni.
Pensavo a quello che sta accadendo in questi mesi in cui si consolidano nuove forme di “eliminazione” di magistrati che non si omologano al sistema criminale di gestione illegale del potere e che pretendono, con irriverente ostinazione, di adempiere a quel giuramento solenne prestato sui principi ed i precetti della Costituzione Repubblicana, nata dalla resistenza al fascismo.
Pensavo a quello che possono fare i singoli magistrati oggi per opporsi ad una deriva autoritaria che ha già modificato di fatto l’assetto costituzionale di questo Paese.

In attesa di quel fresco profumo di libertà – del quale parla il mio amico Salvatore Borsellino e per il quale ci batteremo in ogni istante della nostra vita, in quella lotta per i diritti e per la giustizia che contraddistingue ancora persone che vivono nel nostro Paese – (...) non dobbiamo esimerci dall’evidenziare alcune brevi riflessioni.
In attesa dei progetti di riforma della giustizia (che mi pare trovano d’accordo quasi tutte le forze politiche) che sanciranno, sul piano formale, l’ulteriore mortificazione dei principi di autonomia ed indipendenza della magistratura, non si può non rilevare che i predetti principi – che rappresentano la ragione di questo mestiere che, senza indipendenza ed autonomia, è solo esercizio di funzioni serventi al potere costituito – sono stati e vengono mortificati proprio da chi dovrebbe svolgere le funzioni di garanzia e tutela di tali principi.

Ognuno di noi, chi ha deciso di fare questo lavoro con amore, passione e forte idealità, ha un luogo, interno alla propria coscienza, al proprio cuore ed alla propria mente, dal quale attingere forza e determinazione nei momenti bui. E’ questa l’ora delle risorse auree: se insieme sapremo esercitare le nostre funzioni in autonomia, libertà, indipendenza, senza paura di essere eliminati da intimidazioni istituzionali o da “clave” disciplinari utilizzate in violazione della Costituzione Repubblicana.
Per me, le riserve energetiche sono state e sono tuttora, soprattutto, le immagini di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, anche perché nei giorni delle stragi mafiose – con riferimento alle quali attendiamo verità e giustizia anche per le complicità sistemiche intranee alle Istituzioni – avevo appena consegnato gli scritti nel concorso in magistratura. 
Anche nella certezza di poter morire - come diceva Paolo Borsellino nella consapevolezza che tutto potesse costarci assai caro – vi sono magistrati che ogni giorno cercano di applicare, nei provvedimenti adottati, il principio che la legge è uguale per tutti.

Da quando le organizzazioni mafiose hanno dismesso la strategia militare di contrasto ed eliminazione dei rappresentanti onesti e coraggiosi delle Istituzioni, il livello di collusione intraneo a queste ultime si è consolidato enormemente, tanto da rappresentare ormai quasi una metastasi istituzionale che conduce alla commissione di veri e propri crimini di Stato. Questo comporta che oggi dobbiamo difendere, ogni giorno e con i denti, la nostra indipendenza e l’esercizio autonomo della giurisdizione (...) anche da veri e propri attacchi illeciti, talvolta condotti con metodo mafioso, provenienti dall’interno delle Istituzioni.

Che può fare, allora, un magistrato? Che può fare un Uditore Giudiziario che a febbraio prenderà le funzioni giurisdizionali? Che può fare un Giudice civile? Che può fare un Giudice del Tribunale del Riesame? Che può fare un Giudice del settore penale? Che può fare un Pubblico Ministero? Che possiamo fare quelli di noi che non si piegano al conformismo giudiziario? Che possiamo fare quelli che vogliono esercitare solo questo lavoro con dignità e professionalità, senza pensare a carriere interne o esterne all’ordine giudiziario?
Credo che la ricetta è semplice, anche se sembra tutto così complicato in questo periodo così buio per la nostra Costituzione per la quale non dobbiamo mai smettere di combattere: si deve decidere senza avere paura – innanzi tutto di chi dovrebbe tutelarci e che si dimostra sempre più baluardo di certi centri di interessi e poteri, nonché fonte di pericolo per l’indipendenza del nostro stupendo lavoro –, senza pensare a valutazioni di opportunità, senza scegliere per quella opzione che possa creare meno problemi, decidere nel rispetto delle leggi e della Costituzione, pronunciarsi nel segno della Verità e della Giustizia. In tal modo, avremmo adempiuto, con semplicità e nello stesso tempo con coraggio, al nostro mandato, la coscienza non si ribellerà con il trascorrere del tempo, magari potremmo anche capitolare, ma, come dice Salvatore Borsellino, lo avremmo fatto senza “esserci venduti”. 

Ai giovani colleghi mi permetto, con umiltà e per l’immenso amore che preservo per questo lavoro, di esortarli a non temere mai le decisioni giuste e di perseguire sempre la strada della giustizia e della verità anche quando questa può costare caro. Io ero consapevole che mi avrebbero colpito e che mi avrebbero fatto del male, ma non ho mai piegato, nemmeno per un istante, il percorso delle mie scelte ed oggi mi sento, come sempre, sereno, ricco di energie, molto forte, perché dentro il mio cuore e la mia mente sono consapevole di aver espletato ogni condotta nell’interesse della Giustizia e nel rispetto delle leggi e della Costituzione Repubblicana.
Non ascoltate quelle sirene, anche interne alla nostra categoria, che vi inducono – magari in modo subdolo e maldestro – a piegare la testa in virtù di una pseudo-ragion di stato che consisterebbe nel pericolo imminente di riforme sciagurate, per evitare le quali dobbiamo, strategicamente, “girarci” dall’altra parte quando ci “imbattiamo” nei cd. “poteri forti”. Le riforme – anzi le controriforme – ci saranno comunque, forse saranno terribili, ma almeno non dobbiamo essere noi a dimostrarci timorosi e con le gambe molli, malati, come diceva Piero Calamandrei, di agorafobia. L’indipendenza si difende senza calcoli e ad ogni costo, l’amore della verità può costare l’esistenza. Ed essa si difende anche da chi la mina, in modo talvolta anche eversivo, dal nostro interno. Nella mia esperienza gli ostacoli più insidiosi sono sempre pervenuti dall’interno della nostra categoria: non sono pochi i magistrati, oramai, pienamente inseriti in un sistema di potere criminale che reagisce alle attività di controllo e che si muove, dal sistema, per evitare che sia fatta verità e giustizia su tanti fatti criminali inquietanti avvenuti nella storia contemporanea del nostro Paese.

Sono convinto che la magistratura non soccomberà definitivamente solo se saprà ancora esercitare la sua funzione senza paura, ma con coraggio, nella consapevolezza che anche da soli, nella solitudine propria della nostra funzione, quando ognuno di noi deve decidere e mettere la firma sui provvedimenti, e, quindi, valutare fatti e circostanze, lo farà senza farsi intimidire dalle conseguenze del suo agire. La paura rende gli uomini schiavi, così come le decisioni dettate con un occhio a carriere e posti di comando sono destinate a mortificare le funzioni prima ancora che rendere indegne le persone che le rappresentano.

Quindi, in definitiva, la storia la dobbiamo scrivere anche noi, nel nostro piccolo mondo, pur nella consapevolezza che alcuni di noi pagheranno un prezzo ingiusto e magari anche molto duro, ma questo è per certi versi ineluttabile quando si è deciso di svolgere una funzione che ci impone di difendere, nell’esercizio della giurisdizione, i valori di uguaglianza, libertà, giustizia, verità, quali effettivi garanti dei diritti di cui i cittadini, ed in primis i più deboli, ci chiedono concreta tutela.

POLITICA
14 ottobre 2008
Legge ad Carnevalem
Corrado Carnevale: l'ammazzasentenze!!!!
Dopo la mafia, pericolo numero uno per Falcone e Borsellino.
Nel 2010 concorrerà alla carica di presidente delle sezioni unite della Corte di Cassazione. Alla veneranda età di 80anni.
Tutto ciò grazie all'ennesima porcata volta a destabilizzare la giustizia.
Leggi tutto il mio articolo su Byteliberi.com

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POLITICA
11 settembre 2008
l'anomalia italiana

"

"il ritorno del principe" non è il solito libro di denuncia. Alla Travaglio e Gomez per intenderci.
Non è uno di quei saggi farciti di date e fatti inconfutabili. Di quelli che fanno diventare rossi dalla rabbia e dall' indignazione.
Il libro di Scarpinato lascia segni più profondi. L'autore, avventurandosi in un'analisi storica e filosofica della personalità italiota, snocciola il suo pensiero pietrificante che lascia il lettore in un triste e desolato sconforto. E' la storia del potere in Italia e di un popolo geneticamente "schiavo".
Un libro masochista. Una sorta di punizione "patriotttica"!!!!

Posto alcuni frammenti del libro:

"Ho utilizzato l'espressione - principe- alludendo al titolo del libro di Niccolò Macchiavelli, da sempre considerato una sorta di bibbia degli uomini di potere italiani: un manuale pratico-teorico sulla costruzione di potere. Per il suo libro Machiavelli si ispirò al duca Cesare Borgia. [..] I Borgia erano privi di qualsiasi scrupolo e senso morale [..] Il fatto che Machiavelli apprezzi le gesta di Borgia e lo assuma a modello di comportamento[..] dimostra la normalità della pratica dell'omicidio e dell'astuzia  sleale nella lotta politica.
La mostruosità di questa normalità italiana, mai colta in Italia, perchè normale in un paese che da secoli continua a tributare ammirazione ai furbi e ai violenti, è stata invece percepita in altri paesi di antiche tradizioni democratiche e civili nei quali si ritiene che la contesa politica deve rispettare, pur nello scontro violento e armato, regole di lealtà e onore. Adam Smith, per esempio, [..,] rimase agghiacciato dall'ammirazione tributata da Machiavelli a Borgia per il massacro dei suoi rivali a tradimento. [..]
Anche in quei paesi sono esistiti ed esistono personaggi come i Borgia. Il punto è che costoro sono stati superati dall'evoluzione storica e civile, sicchè oggi non godono di alcun consenso e sono costretti ad operare nell'ombra. E' dal tardo cinquecento che l'Italia fatica a entrare nel circolo dell'europa più civile. Al di la delle apparenze, esiste una straordinaria conmtinuità sottotraccia dell'immaturità democratica di tanta parte del nostro popolo e della sordità delle sue classi dirigenti ai principi più elementari dello Stato moderno."

POLITICA
19 luglio 2008
Il ricordo di un UOMO



Sedici anni fa, il 19 luglio, veniva ammazzato Paolo Borsellino.

Medaglia d'oro al valor civile
«
Procuratore Aggiunto presso la Procura della Repubblica di Palermo, esercitava la propria missione con profondo impegno e grande coraggio, dedicando ogni sua energia a respingere con rigorosa coerenza la proterva sfida lanciata dalle organizzazioni mafiose allo Stato democratico. Nonostante le continue e gravi minacce, proseguiva con zelo ed eroica determinazione il suo duro lavoro di investigatore, ma veniva barbaramente trucidato in un vile agguato, tesogli con efferata ferocia, sacrificando la propria esistenza, vissuta al servizio dei più alti ideali di giustizia e delle Istituzioni.»
 Palermo, 19 luglio 1992


POLITICA
26 giugno 2008
Umorismo o realtà?





I dodici articoli della Costituzione.
Le basi democratiche del nostro assestto giuridico e culturale. Ormai puzzano di vuoti principi ed hanno perso la loro fondamentale funzione: orientare l'intera attività legislativa ed esecutiva, nell'attuazione dei valori fondanti di una società sana.
Ecco la proposizione dei 12 enunciati fondamentali nella versione ufficiale (quelli della carta del 48) e nella versione umoristica che è maledettamente più rispondente alla realtà delle cose.

Art. 1.

L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione

L’Italia è una Repubblica anche fin troppo democratica fondata sulla raccomandazione e sulle palle quadre del cittadino che ogni giorno è costretto a lavorare in condizioni umilianti e frustranti.
La sovranità appartiene ai potenti ed a chi  è più furbo e disonesto e la esercita come e quando vuole, fuori dai limiti della costituzione. 

Art. 2.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l'adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

 La Repubblica non garantisce alcun diritto, a meno che l’uomo sia disposto a pagare profumatamente, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità attraverso forme di usura legalizzata come le banche o caricandosi di imposte e tasse che pagherà in maniera inderogabile a parte chi, impunemente può permettersi di evaderle. 

Art. 3.

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Non tutti i cittadini hanno parità e dignità sociale e non sono uguali davanti la legge.  Ci sono distinzioni di sesso (la donna  sempre meno ,altro che in Spagna), di razza (se non sei italiano devi essere sfruttato soprattutto dalle associazione a delinquere ed essere considerato clandestino), di lingua (o parli italiano o ti attacchi al…..), di religione (conta solo e rigorosamente quella cattolica), di opinioni politiche (valgono solo quando si è in prossimità del voto, poi dimenticale), di condizioni personali e sociali (devi essere miliardario, furbo e bastardo altrimenti non hai diritti). 
Sarà compito della Repubblica non rimuovere gli ostacoli  dietro lauti compensi, limitare al massimo ogni tipo di libertà(di essere informati ad esempio), impedire il pieno sviluppo della persona umana e impedire l’effettiva possibilità di lavorare dei più meritevoli a discapito dei raccomandati. E' espressamente richiesto l’esilio verso altri paesi per le menti geniali.

Art. 4.

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

La Repubblica riconosce il diritto al lavoro solo ai raccomandati o figli di papà o “lecchini” del sistema clientelare. Si accettano tangenti e prestazioni sessuali di ogni tipo. Per questo promuove le condizioni che rendano effettive queste situazioni.
Ogni cittadino che non ha possibilità di seguire le regole dettate dal suddetto articolo sarà costretto a svolgere il lavoro più umiliante e meno remunerato possibile che concorra al progresso soprattutto materiale del proprio datore di lavoro.

Art. 5.

La Repubblica, una e indivisibile, riconosce e promuove le autonomie locali; attua nei servizi che dipendono dallo Stato il più ampio decentramento amministrativo; adegua i principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze dell'autonomia e del decentramento.

 La Repubblica, una e indivisibile (Bossi permettendo) non riconosce affatto nessun tipo di autonomia locale, eccetto l'autonomia di Lombardo e dei suoi amici mafiosi. Adegua i suoi principi ed i metodi della sua legislazione alle esigenze della criminalità organizzata.

Art. 6.

La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze linguistiche

 La Repubblica tutela con apposite norme le minoranze aristocratiche.

Art. 7.

Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi. Le modificazioni dei Patti accettate dalle due parti, non richiedono procedimento di revisione costituzionale.

 Lo Stato e la Chiesa cattolica sono, ciascuno nel proprio ordine, indipendenti e sovrani ma solo sulla carta costituzionale.
I loro rapporti sono regolati dai Patti Lateranensi che non possono essere modificati in alcun modo nonostante siano stati scritti e accettati durante la dittatura fascista. Questi prevedono che la Chiesa può intervenire su tutti gli aspetti della vita politica del paese imponendo allo Stato Italiano propri rappresentanti all’interno del Parlamento e ammonendo e scoraggiando qualunque tipo di iniziativa scientifica che tenda a far progredire il paese. Basta dichiarare sempre che si tratta di questioni etiche e morali. 

Art. 8.

Tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto non contrastino con l'ordinamento giuridico italiano.
I loro rapporti con lo Stato sono regolati per legge sulla base di intese con le relative rappresentanze.

Le confessioni religiose non sono egualmente libere davanti alla legge. Conta sempre e solo la religione cattolica.
Le confessioni religiose diverse dalla cattolica non hanno diritto di organizzarsi secondo i propri statuti, in quanto contrastano con i principi indissolubili dei Patti lateranensi e il potere supremo della Chiesa.
I loro rapporti con lo Stato sono tenuti a stretta sorveglianza dalla Chiesa cattolica e dai suoi vicari.

Art. 9.

La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica.
Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione.

La Repubblica non è tenuta a tutelare lo sviluppo della cultura in quanto bisogna che i cittadini non siano sufficientemente in grado di comprendere le nefandezze dei suoi rappresentanti. Non tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione(vedi monnezza a Napoli e degrado delle periferie delle città.)

Art. 10.

L'ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute.
La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d'asilo nel territorio della Repubblica secondo le condizioni stabilite dalla legge.
Non è ammessa l'estradizione dello straniero per reati politici.


L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute ma solo perché non ne capisce un cazzo.
La condizione dello straniero è regolata da leggi razziste non in conformità con le norme ed i trattati internazionali.
Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l'effettivo esercizio delle libertà democratiche ha diritto di asilo nelle confortevoli carceri italiane secondo le condizioni stabilite dalle legge

Art. 11.

L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

 L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà di altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali solo se gli USA non partecipano o iniziano guerre senza senso per il predominio del mondo. In quel caso non contano né la pace né la giustizia ma bensì il fatto di dover puntualmente apparire come un cagnolino a causa diella sconfitta in  un’altra stupida guerra (la seconda mondiale).

Art. 12

La bandiera della Repubblica è il tricolore italiano: verde, bianco e rosso, a tre bande verticali di eguali dimensioni.

La bandiera della Repubblica è interamente verde con al centro il simbolo del carroccio ed in basso il logo Mediaset. Il sedere degli italiani invece sarà a bande verticali di uguale dimensioni.
Il colore  del sedere sarà lberamente scelto da ogni singolo cittadino sulla base delle sue esperienze personali.



Liberamente ispirato a "la costituzione italiana in chiave umoristica" (loschiaffo.org)


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POLITICA
20 giugno 2008
Le menzogne di Stato



Sintetizzo un articolo di Bruno Tinti, procuratore aggiunto della Repubblica di Torino pubblicato su Uguale per tutti, il blog dell'associazione nazionale magistrati.
Si parla dei recenti provvedimenti del governo in materia di giustizia. 

La convulsa attività legislativa dell’attuale maggioranza ha una caratteristica particolare: ogni provvedimento emesso è preceduto e giustificato da bugie.

Non è vero che esista un problema sicurezza pubblica: il numero dei reati commessi è in costante flessione. E tuttavia il problema sicurezza pubblica è percepito dai cittadini come un problema grave perché tutti i giorni, a pranzo, cena e colazione, televisioni di Stato e private (le 6 reti controllate dal Presidente del Consiglio) e giornali di partito spiegano che c’è un grave problema di sicurezza pubblica e avvalorano questa “denuncia” con minuziosi racconti di scippi, furticiattoli e qualche reato grave, morbosamente esibito.

Se adottassero la stessa tignosa diligenza per raccontare le migliaia di corruzioni che vengono scoperte ogni giorno in Italia, le decine di migliaia di frodi fiscali che impoveriscono l’Italia di centinaia di milioni di euro, le decine di morti sul lavoro che insanguinano ogni giorno fabbriche e cantieri, i milioni di abusi edilizi che deturpano il Paese, gli inquinamenti, le frodi nei finanziamenti UE, insomma tutti quelli che per la classe dirigente italiana non sono reati degni di attenzione; ebbene, è certo che i cittadini italiani avrebbero del loro Paese una percezione diversa, assai più preoccupante del preteso problema sicurezza e certamente assai più realistica.

Non è vero che sono gli extracomunitari o i rumeni che commettono il maggior numero dei reati: in realtà questa categoria di persone commette il maggior numero di piccoli reati, furti nei supermercati, nei cantieri, sugli autobus; le rapine, il traffico di droga, gli omicidi sono commessi in percentuale maggiore da italiani; e naturalmente i reati di cui non si deve parlare, quelli che è bene che non preoccupino l’opinione pubblica, quelli citati sopra, la corruzione, la frode fiscale, il falso in bilancio, gli infortuni sul lavoro, i reati ambientali ed edilizi, gli inquinamenti, quelli sono commessi soltanto da italiani.

Non è vero che, per quanto riguarda gli extracomunitari e i rumeni che delinquono, la soluzione giusta consiste nell’espulsione: la soluzione giusta, come ognuno può capire, consiste nel metterli in prigione, proprio come si deve fare con chiunque commetta reati.

Naturalmente per fare questo occorre un sistema giudiziario che funzioni; quindi bisognerebbe cambiare in fretta e furia il 90 % della legislazione penale e processuale italiana.

Non è vero che il reato di clandestinità costituisce una soluzione idonea a ridurre il numero, stimato troppo elevato, di immigrati nel nostro Paese; prima di tutto un vero reato di clandestinità, che consiste nel trovarsi illecitamente in territorio italiano, cioè senza documenti e/o senza permesso di soggiorno, significherebbe dover celebrare centinaia di migliaia di processi, tanti quanti sono gli immigrati clandestini nel nostro Paese; il che è assolutamente impossibile.
E poi, per come è scritto (ma è ancora un progetto), questo reato di clandestinità consiste in realtà in un ingresso illecito nel nostro Paese: che viene commesso da chi vi mette piede per la prima volta in violazione delle leggi sull’immigrazione e viene acchiappato proprio mentre lo sta commettendo; per intenderci sul bagnasciuga della spiaggia di Lampedusa o mentre sta scavalcando la rete al confine tra l’Italia e la Croazia. Perché, se viene acchiappato 10 minuti dopo, mentre passeggia sulla spiaggia di Lampedusa o su un viottolo del Veneto, gli basterà dire che lui è in effetti clandestino e che però è entrato in Italia circa un mese fa (fra un anno dirà che è entrato circa un anno e un mese fa); e sarà assolto perché la legge, un mese fa (o un anno e un mese fa), ancora non c’era e nessuno può essere punito per un fatto che, nel momento in cui viene commesso, non è previsto dalla legge come reato: lo dice l’articolo 2 del codice penale.
Certo, i poliziotti, i giudici e molte altre persone di buon senso potranno immaginare che questa dichiarazione (sono entrato clandestinamente un mese fa) non è vera; ma tra immaginare e provare, nel processo penale di uno Stato di diritto (quello che l’attuale maggioranza sta distruggendo) c’è un’enorme distanza: immaginare, supporre, sospettare non basta per condannare.

Non è vero che occorre limitare le intercettazioni perché se ne è abusato, come sarebbe dimostrato dal fatto che – così dicono gli affannati esponenti della maggioranza che qualche giustificazione al loro operato debbono pur trovarla – il numero degli intercettati è elevatissimo: in realtà le intercettazioni sono disposte in una ridottissima percentuale dei processi penali (a Torino 300 processi su 200.000); quindi sono pochissime.

E’ però vero che, tra gli intercettati, vi è un numero ridotto ma importante di appartenenti alla classe dirigente.
Così, quando qualche politico racconta che vi è un numero troppo elevato di cittadini intercettati, in realtà sta dicendo che vi è un numero troppo elevato di politici e amici dei politici e amici degli amici che sono intercettati; e, certo, dal suo punto di vista, questa cosa è abbastanza grave: perché gli affari dei politici e degli amici dei politici e degli amici degli amici in genere sono un po’ sporchi.

Non è vero che le intercettazioni costano troppo; la spesa denunciata dal Governo per giustificare il disegno di legge che riduce le intercettazioni, circa 300 milioni, è una piccolissima parte del bilancio della giustizia che è pari a 7 miliardi.

E poi sarebbe semplice diminuire ulteriormente questo costo addossandolo ai gestori telefonici che agiscono in regime di concessione (è lo Stato che gli “concede” di fare il loro business): lo Stato potrebbe pretendere che le intercettazioni venissero fatte gratis. O almeno, potrebbe pretendere che venissero fatte al costo, senza guadagnarci (enormemente, come avviene oggi).
Infine le intercettazioni fanno scoprire un sacco di reati economici e fanno recuperare un sacco di soldi; succede così che quasi sempre le intercettazioni “si pagano da sole”.

Non è vero che le intercettazioni vengano pubblicate abusivamente e che quindi bisogna intervenire per bloccare questo malcostume: esse compaiono sui giornali quando è caduto il segreto investigativo, cioè quando l’imputato e i suoi difensori le conoscono, ad esempio perché sono riportate in un provvedimento del giudice che li riguarda (ordinanza di misura cautelare, di sequestro, di perquisizione etc.).
Quindi, quando vengono pubblicate, sono pubbliche: non c’è nessun abuso.

Non è vero che i giudici parlano dei loro processi in televisione o sui giornali: i giudici parlano (quando lo fanno, quando possono, quando qualcuno glielo chiede) delle difficoltà del processo italiano, dello stato disperato del sistema giudiziario italiano, delle pressioni o minacce o avvertimenti che ricevono, di leggi sbagliate o funzionali ad assicurare l’impunità a questo o quel potente, a questa o quella casta.

Gli stessi giudici Forleo e De Magistris hanno parlato del loro isolamento, delle pressioni e minacce ricevute, delle difficoltà della loro situazione: mai dei loro processi, delle prove raccolte, delle dichiarazioni rese da imputati o testimoni.

Non è vero che le notizie che non hanno rilevanza penale non debbono essere rese note all’opinione pubblica: se queste notizie riguardano uomini pubblici, gente che si è assunta la responsabilità di governare o gestire il Paese, l’opinione pubblica ha diritto di sapere tutto di loro, anche se si tratta di cose non costituenti reato.

Se un onorevole che firma una legge contro la liberalizzazione della droga è, nella vita privata, un cocainomane; se un ministro favorisce suoi conoscenti o compagni di partito con incarichi ben remunerati; se un giudice frequenta persone poco raccomandabili, è necessario (non giusto, necessario) che i cittadini lo sappiano.

Non è vero infine che lo Stato italiano abbia necessità di un’ occupazione militare del territorio.
Prima di tutto 2.500 militari sono una quantità di uomini ridottissima rispetto a quanto ne mettono in campo Polizia, Carabinieri, Guardia di Finanza e Vigili Urbani che, tutti insieme, assommano a più di 200.000 uomini.
E poi una forza di Polizia non addestrata, anzi addestrata ad operare in territorio nemico, in una situazione di guerra, con mezzi e mentalità incompatibili con la vita civile di un Paese democratico, non può che essere causa di danni e reati assai più numerosi e gravi di quelli che si vorrebbero prevenire o reprimere.

Ricordo che, in una delle numerose occasioni in cui veniva sbandierata la ferma volontà di combattere l’evasione fiscale (ferma volontà più volte riaffermata e mai attuata seriamente), si pensò di assegnare ai funzionari delle imposte la qualifica di ufficiali di PG; e non si ritenne opportuno di farlo, proprio per la mancanza di uno specifico addestramento, di una specifica mentalità, dei rischi che un potere così grande e pericoloso (se male usato) venisse affidato a uomini non preparati ad usarlo e quindi inidonei.

Allora, alla fine, la domanda è: perché questa gente mente?

E la risposta è ovvia: perché si tratta di leggi sbagliate, demagogiche, dirette a guadagnare popolarità e consenso e a procurarsi l’impunità.

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POLITICA
4 giugno 2008
I nemici della Giustizia


 
Cosa farà il nuovo governo in materia di giustizia??
Sembra che la priorità sia il decreto sulle intercettazioni. Alfano vuole completare l'opera di Mastella & C. , cioè svilire l'operato dei magistrati, sottraendogli strumenti utili al suo lavoro.
Leggi il mio articolo "perchè limare le unghie ai magistrati?"  su  Byteliberi.com

POLITICA
15 maggio 2008
Ma tu, che tipo di anti-mafia vuoi?



..... una critica spietata ad un magistrato che faceva semplicemente il suo lavoro e che aveva un'idea precisa della lotta alla mafia: colpirla nelle sue fondamenta, cioè nei suoi intrecci economico-istituzionali, grazie ai quali ha potuto espandersi fino a diventare la più grande "azienda" italiana.........

Post dedicato a Gian Carlo Caselli e Pietro Grasso: due mondi opposti, due modi diversi di lottare contro la mafia.
Leggi  tutto il post " Ma tu, che tipo di anti-mafia vuoi? " su Byte liberi, la news blog dove stò collaborando.


"Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene".
P. Borsellino

Caselli sul caso Andreotti (video youtube)
POLITICA
10 aprile 2008
Agende e cavalli

 



Cosa c'era in quell'agenda? 
Inchiesta sulla scomparsa dell'agenda di Paolo Borsellino il giorno del suo attentato. Cosa conteneva l'agenda, quali nomi, quali incontri non possono essere svelati?

Inchiesta sulla  scomparsa dell'agenda di Borsellino(21min)

L'ultima intervista di P. Borsellino, rilasciata a due giornalisti francesi, prima della sua morte. Mai mandata in orda nella tv italiana( se non a tarda notte)
Perchè???
Fatevi la vostra opinione...
Io la mia ce l'ho.
Guardatela.

Intervista a Borsellino (21 maggio 1992)




"Il fattore Vittorio Mangano  è un eroe"
(Marcello Dell'Utri, 8 aprile 2008) 

POLITICA
4 febbraio 2008
Sante parole!!!

 


" Perchè una società vada bene, si muova nel progresso, nell' esaltazione dei valori della famiglia, dello spirito, del bene, dell'amicizia, perchè prosperi senza contrasti tra i vari consociati, per avviarsi serena nel cammino verso un domani migliore, basta che ognuno faccia il suo dovere"

G.Falcone


"C'è un equivoco di fondo. Si dice che il politico che ha avuto frequentazioni mafiose, se non viene giudicato colpevole dalla magistratura, è un uomo onesto. No! La magistratura può fare solo accertamenti di carattere giudiziale. Le istituzioni hanno il dovere di estromettere gli uomini politici vicini alla mafia, per essere oneste e apparire tali."      

P.Borsellino

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