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l'inferno dell'Ilva



E' allarme diossina nella carni irlandesi. Tra paure e allarmismi anche quest'emergenza scomparirà presto dalle cronache italiane.
Noi invece, il nostro caso diossina ce l'abbiamo da tempo ed il silenzio dei media è "assordante".

Il caso dell' ILVA.

Innanzitutto: cos'è l'Ilva, cos'è la diossina?. Importo da Wikipedia.

L'ILVA è una società per azioni del Gruppo Riva che si occupa prevalentemente della produzione e trasformazione dell'acciaio. Con il nome della originaria azienda fondata nel 1905, è nata sulle ceneri della dismessa Italsider. Il più importante stabilimento italiani è situato a Taranto, e costituisce uno dei maggiori complessi industriali per la lavorazione dell'acciaio in Europa.

Le DIOSSINE, come classe di composti, sono sostanze cancerogene, persistenti, non biodegradabili, facilmente accumulabili nella catena alimentare. Reazioni di ossidazione come quelle che avvengono negli inceneritori, nelle acciaierie di seconda fusione ed in altri processi di combustione civile ed industriale, sono i principali produttori di diossine.

Mescolando, o meglio "fondendo" queste due parole viene fuori uno dei più grandi casi ambientali italiani.
L'Ilva è accusata, da ormai un quarantennio, di emettere una quantità spropositata di sostanze inquinanti facendo diventare Taranto la città più inquinata dell'europa occidentale.
Un pò di dati: lo stabilimento di Taranto produce oltre il 90% delle emissioni nazionali di diossina, arrivando a quasi 7 nanogrammi al metro cubo (il limite europeo è di 0,4%). E' stato stimato che ad oggi, l'impianto ha rilasciato oltre 7 chili di diossina "persistenti" e dispersi nell'ambiente.

La diossina provoca gravi malattie. 
Le zone vicine presentano un aumento percentuale di tumori allarmante. Il latte è contaminato, il formaggio è contaminato (vedi servizio delle Iene), la città è perennemente avvolta da una cappa scura che ingrigisce le case e l'anima dei cittadini di Taranto.  
Il rione periferico dei Tamburi boccheggia per via del vicino parco minerali dell'Ilva, situato a soli 50 metri di distanza. Nei giorni di vento gli abitanti di questo quartiere vengono sepolti da polveri di minerale e soffocati da esalazioni di gas povenienti dalla zona industrale Ilva.
Un disastro insomma, frutto dell'avidità e disinteresse di un grande gruppo imprenditoriale con la complicità disgustosa delle istituzioni.
Cosa fare allora? Chiudere lo stabilimento? Impossibile. Ecco perchè: Nello stabilimento lavorano 13 mila dipendenti a cui aggiungerne fino a 8 mila per l'indotto. Si tratta per la maggior parte di trentenni, il 98 % a tempo indeterminato. L'intera economia tarantina dipende da questi impianti che sbuffano "morte" dalle loro ciminiere.
Occorre una riqualificazione degli impianti e limiti di legge ferrei, come avviene nel resto d'Europa.

L'unione europea dal 1996  ha fissato il limite di 0,4 nanogrammi. L' Inghilterra, per esempio, si è adeguata. E la Germania ha fatto ancora meglio: 0,1 nanogrammi, lo stesso limite previsto per gli inceneritori. Nel 2006, Ilva e Regione Puglia hanno anche firmato un protocollo d' intesa, ma con scarsi risultati. La campagna di ambientalizzazione procedeva a rilento e  l' Ilva intendeva concluderla nel 2014.
Eppure a Trieste, acciaierie «Lucchini», per risolvere il problema è bastato un decreto del dirigente regionale Ambiente che ha imposto al siderurgico, pena la chiusura, di rispettare i limiti europei. In due anni, grazie anche alle pressioni della confinante Austria, il miracolo: dalla maglia nera, in tandem con Taranto, l'impianto di Trieste è diventato un centro di eccellenza, con la diossina abbattuta fino al teutonico limite di 0,1 nanogrammi(f.).

Sull'esempio del Friuli,finalmente una legge che regolamenta le emissioni inquinanti.
 Il governatore della Puglia, il comunista Vendola nel mese di novembre ha approvato, assieme alla sua giunta,  la legge anti-diossina, che pone dei limiti più severi rispetto a quelli previsti dalla norma nazionale, in sintonia con le misure adottate a livello europeo.
Una svolta storica che però potrebbe essere vanificata dalla possibile mossa successiva del Governo Berlusconi, che potrebbe impugnare la legge per sospetta incostituzionalità. Infatti il titolo quinto della Costituzione italiana (riformato nel 2001), all’art. 117  colloca la tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali tra le materie in cui lo Stato ha competenza legislativa esclusiva. Non sarebbe pertanto ipotizzabile, in assenza di una legge quadro italiana in materia di diossine, alcun intervento legislativo regionale che risulti modificativo della vigente normativa nazionale. Ma la Regione ha comunque deciso di correre questo rischio.
In base al disegno di legge  l’Ilva dovrà ridurre le emissioni di diossina  fino ad un massimo di 2,5 nanogrammi a partire dal primo aprile del 2009. Un limite che dal 31 dicembre 2010 dovrà scendere ulteriormente fino a 0,4 nanogrammi. In caso di violazioni, il gruppo Riva avrà 60 giorni di tempo per rientrare nei limiti previsti, pena la chiusura degli impianti. 

Ma nell'inferno di Taranto i problemi non finiscono qui.
L'altro allarme si chiama  piombo 210 e del polonio 210 due sostanze altamente radioattve.
Per non farsi mancare niente, l'Ilva ha anche rilevanti problemi di sicurezza sul lavoro. L'ultima morte bianca risale a qualche giorno fa (la terza dell'anno).

Errore comune: non bisogna pensare alla diossina di Taranto come ad una vertenza locale: siamo di fronte ad una potenziale fonte di contaminazione globale che supera i confini delle regioni. Le diossine sono addirittura inquinanti transfrontalieri.  Il potenziale cancerogeno e genotossico della diossina dispersa nell'ambiente è questione globale perché entra nella catena alimentare.

Taranto deve ribellarsi e non rassegnarsi ad essere la città "usa e getta" della grande industria. Sedotta e abbandonata da un falso progresso che uccide la storia, divora l'agricoltura, stermina l'allevamento e avvelena il commercio.

Meno televisione e più rete! Non indottrinati dai media dei padroni. 


 



 

Pubblicato il 13/12/2008 alle 14.50 nella rubrica CONTROINFORMAZIONE.

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